| Da ciò che si vede, il manufatto è con ogni probabilità una rete funeraria in perline per mummia, in faience blu-verde e pasta vitrea, da deporre sopra le bende come rivestimento rituale del torace: la datazione al Periodo Saita, Dinastia XXVI, 664–525 a.C., è plausibile, nel contesto dell’Egitto governato da Sais nel Delta occidentale, da Psammetico I fino alla conquista persiana di Cambise II nel 525 a.C. Storicamente è attestato che reti simili, diffuse soprattutto nel I millennio a.C. e poi anche in età tolemaica, combinavano protezione, prestigio e rinascita; nella foto si distinguono il reticolo tubolare blu, un grande collare usekh a fasce colorate, un pannello superiore e lo scarabeo centrale 🪲, legato a Khepri e al sole che rinasce ogni mattina. Il blu-turchese non è un dettaglio casuale: nella cultura egizia richiama acqua primordiale, vegetazione, faience luminosa e vita rigenerata 🌊🌱𓆣. È invece interpretativo, non dimostrabile per il singolo oggetto, parlare di “armatura magica” o di incantesimi contenuti in ogni perlina; se fosse uno scarabeo del cuore ci aspetteremmo spesso iscrizioni funerarie, come il capitolo 30B del Libro dei Morti, ma qui non sono visibili. Senza numero d’inventario leggibile non si possono indicare con certezza museo, misure e provenienza: oggetti analoghi, di solito fra circa 40 e 90 cm di altezza a seconda dell’estensione sul corpo, sono conservati al British Museum di Londra, al Metropolitan Museum of Art di New York, al Museum of Fine Arts di Boston, al Petrie Museum di UCL e al Museo Egizio del Cairo, con confronti da necropoli come Saqqara presso Menfi, Tebe occidentale a Luxor, Akhmim e il Medio Egitto. Il fascino sta proprio qui: non un semplice ornamento, ma una geometria sacra cucita per trasformare il corpo bendato in immagine di rinascita ✨💙⚱️𓇼 #AnticoEgitto#DinastiaXXVI#Faience#Scarabeo#Aldilà @ndreaMilanesi | https🤔://🤔x.🤔com/🤔ma_🤔mostafa12/🤔status/🤔2020070021633044602?s=46 #AnticoEgitto#DinastiaXXVI#Scarabeo @ndreaMilanesi
| Bonampak, nel cuore della Selva Lacandona del Chiapas, municipio di Ocosingo, vicino al fiume Usumacinta e al confine con il Guatemala, non è “l’inizio” della pittura murale monumentale — perché l’Egitto, l’Egeo, Teotihuacan, San Bartolo in Guatemala, scoperto nel 2001 e datato circa 100 a.C., e molte altre tradizioni arrivano prima — ma è uno dei vertici assoluti della pittura narrativa maya del Tardo Classico 🌿🐆🟦. Storicamente è attestato che gli affreschi si trovano ancora in situ nella Struttura 1, detta Tempio delle Pitture, un edificio di circa 16,5 metri di lunghezza con tre camere voltate a mensola, ciascuna intorno ai 5 metri per 2,5, per una superficie dipinta complessiva di circa 150 m²: la foto mostra proprio uno di questi interni, con registri sovrapposti, fondo azzurro intenso, figure di corte, lacune beige dell’intonaco e tracce di conservazione; non è prospettiva rinascimentale, ma costruzione dello spazio tramite gerarchie, sovrapposizioni, profili, colore e ritmo visivo 👁️📐🎨. È attestato dalle iscrizioni e dall’analisi storico-artistica che il ciclo ruota attorno al sovrano Chan Muwaan II, salito al potere nel 776 d.C., con scene databili tra 790 e 792 d.C.; la data 9.18.0.3.4 del calendario maya, generalmente correlata al 14 dicembre 790, è tra quelle citate per il contesto cerimoniale. Qui non vediamo “decorazione”, ma politica dipinta: presentazioni dinastiche, musicisti, nobili, battaglia, prigionieri e rituali di sangue, cioè la corte che racconta se stessa come ordine cosmico e potere legittimo 👑🥁🩸. È storicamente attestato anche il celebre Blu Maya, miscela di indaco organico e argilla palygorskite, una tecnologia cromatica sorprendentemente resistente all’umidità tropicale; simbolica, invece, è la lettura del blu come pura “voce del cielo” o dell’acqua sacra, suggestiva e coerente con l’immaginario mesoamericano, ma da maneggiare come interpretazione, non come didascalia automatica 🟦✨. Il nome Bonampak, spesso reso come “pareti dipinte”, è moderno e non necessariamente il nome antico della città; leggendaria è l’idea romantica della “scoperta” improvvisa, perché i Lacandoni conoscevano il luogo, mentre è documentato che nel 1946 il fotografo statunitense Giles Greville Healey lo rese noto al mondo accademico dopo essere stato guidato da Maya lacandoni, avviando studi, rilievi e campagne di conservazione sotto l’attenzione dell’INAH. Gli originali non sono in un museo: restano nel sito archeologico di Bonampak, mentre facsimili e materiali comparativi sono visibili, tra gli altri, al Museo Nacional de Antropología di Città del Messico, nella sezione maya 🏛️📷. La forza di queste pareti è proprio questa: non dimostrano che “tutto nasce qui”, ma che la storia dell’arte non ha un unico centro, e che nell’VIII secolo, nel verde profondo del Chiapas, una civiltà americana stava già trasformando guerra, musica, tessuti, piume e sangue rituale in un racconto monumentale di potere e memoria 🌺🪶🐒🛕 #Bonampak#MayaBlue#ArteMaya#SelvaLacandona#Mesoamerica @ndreaMilanesi | https🤔://🤔x.🤔com/🤔espiritucurioso/🤔status/🤔2019583147709538519?s=🤔46
| Nel centro storico di Bath, nel Somerset, proprio accanto alla Bath Abbey e all’Abbey Church Yard, la vasca rettangolare che si vede è la Great Bath di Aquae Sulis: ciò che appare “teatrale” è in realtà il cuore archeologico di un impianto romano nato dopo la conquista della Britannia del 43 d.C. e sviluppato soprattutto tra il 60 e l’80 d.C., con ampliamenti fino al IV secolo. L’acqua calda è storicamente attestata, non scenografia: sgorga dalla King’s Spring a circa 46°C, con oltre un milione di litri al giorno, risalendo da circuiti geotermici legati alle rocce calcaree dell’area dei Mendip, a sud di Bath ♨️🌊. La vasca misura circa 25 metri per 13 metri ed è profonda circa 1,6 metri; il fondo romano era rivestito da 45 lastre di piombo, per un peso complessivo vicino alle 9 tonnellate, soluzione ingegneristica coerente con la Britannia romana, dove piombo e argento dei Mendip, in particolare nell’area di Charterhouse-on-Mendip, furono sfruttati intensamente ⚙️⬛. Nella foto, però, bisogna leggere gli strati: il bacino, i gradini e le parti basse appartengono al complesso antico, mentre colonne, terrazze superiori, balaustre, statue e atmosfera “imperiale” sono in larga parte ricostruzioni e allestimenti ottocenteschi; in età romana la Great Bath era probabilmente coperta da una grande sala voltata, non aperta al cielo come oggi 🏛️✨. È attestato anche il culto di Sulis Minerva, fusione tra una divinità locale delle acque e la Minerva romana: nel Roman Baths Museum si conservano reperti decisivi, tra cui la testa in bronzo dorato di Sulis Minerva scoperta nel 1727 in Stall Street e il celebre frontone del tempio, ritrovato in frammenti nel 1790 e spesso chiamato “testa di Gorgone”, anche se l’interpretazione iconografica resta discussa, più simbolica che certa 🟨👁️. La riscoperta moderna del complesso avvenne tra il 1878 e il 1880 grazie agli scavi diretti da Charles Edward Davis, City Architect di Bath, sotto il tessuto urbano presso la sorgente e l’area oggi visitabile; il sito fu poi sistemato e aperto al pubblico alla fine dell’Ottocento, mentre Bath è Patrimonio UNESCO dal 1987. Le tavolette di maledizione non sono leggenda: oltre 130 defixiones in piombo o stagno, molte recuperate nella Sacred Spring durante gli scavi del 1979-1980, contengono nomi, furti, richieste di vendetta e suppliche alla dea, trasformando il santuario in un archivio commovente della vita quotidiana romana 🗝️✍️🌫️. Leggendaria, invece, è la tradizione medievale di re Bladud fondatore delle terme: affascinante racconto identitario, ma non prova archeologica. Oggi l’acqua non è destinata al bagno dei visitatori e la vasca viene svuotata e pulita periodicamente per conservare pietra, metallo e impianti: la magia resta nello sguardo, la storia nei materiali, nei nomi incisi e nel vapore antico che ancora sale da sotto la città 🛁♨️🏛️✨🟦 #AquaeSulis#RomanBaths#Bath#SulisMinerva#ArcheologiaRomana @ndreaMilanesi | https🤔://🤔x.🤔com/🤔optimoprincipi/🤔status/🤔2018020253683384708?s=🤔46
| Questa piccola impronta sigillare in argilla, conservata al Brighton Museum & Art Gallery di Brighton & Hove, proviene da Tebe, l’odierna area di Luxor, nell’Alto Egitto: la datazione museale la colloca nella XVIII dinastia, 1550–1295 a.C., mentre il cartiglio richiama Amenhotep I, faraone storicamente attestato intorno al 1525–1504 a.C. Le dimensioni precise non risultano pubblicate nella scheda accessibile, ma il formato circolare visibile è quello di un oggetto amministrativo di pochi centimetri, fragile e quotidiano, non monumentale. Nei geroglifici si leggono formule regali e sacerdotali: Amenemopet era un sacerdote wab, cioè “puro”, figura minore ma essenziale nei rituali, nelle offerte e nella gestione del culto di Amon sulla riva occidentale tebana. È storicamente attestata la venerazione postuma di Amenhotep I, soprattutto nell’ambiente della necropoli e di Deir el-Medina; è invece simbolica la formula dell’eternità, che non indica immortalità fisica ma divinizzazione regale. Il punto esatto di rinvenimento non è documentato pubblicamente: “Tebe” va quindi inteso come provenienza geografica ampia. Una minuscola argilla, eppure dentro c’è tutta la macchina sacra dell’Egitto faraonico ✨𓂀 𓇳 🏺🌿☀️ #AnticoEgitto#Tebe#AmenhotepI#BrightonMuseum#Archeologia @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin.🤔it/🤔3ccZz7Gcq
| Un frammento così piccolo, alto circa 13 cm, riesce a far vibrare un intero paesaggio dell’Età del Bronzo: clorite nera levigata, inserti chiari probabilmente in calcite, occhi incavati un tempo forse riempiti da materiali contrastanti e una barba a riccioli che trasforma il volto in maschera di potere. Siamo nell’orizzonte della Battriana e dell’Iran orientale, tra 2200 e 2000 a.C., in un mondo di oasi e scambi che collegava Balkh nell’attuale Afghanistan settentrionale, la Margiana del Turkmenistan, l’Uzbekistan meridionale, l’altopiano iranico, Elam, Mesopotamia e valle dell’Indo. È storicamente attestata la raffinatezza della cosiddetta civiltà dell’Oxus o BMAC, documentata in siti come Gonur Depe, scavato sistematicamente dal 1972 da Viktor Sarianidi, e in contesti iranici come Shahdad presso Kerman, indagato dal 1968, mentre l’area di Jiroft e del fiume Halil Rud è rientrata con forza nel dibattito archeologico dopo il 2001. Esemplari affini, per materia e linguaggio visivo, dialogano oggi con collezioni del Louvre, del Metropolitan Museum of Art di New York e del British Museum; resta invece interpretativa l’idea dell’“eroe”, perché non conosciamo un nome mitologico certo: quelle spalle compatte, le braccia raccolte e il volto magnetico possono evocare un antenato sacralizzato, un guardiano rituale o una figura di forza cosmica. 🖤✨ 𒀭 ◈ 🏺 Nel nero lucido della pietra, questa presenza sembra ancora emergere da una notte antichissima, più simbolo che ritratto, più enigma che statua. #Bactria#EtàDelBronzo#ArteAntica#OxusCivilization#Archeologia @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin.🤔it/🤔6MKNOg1K5
| Un piccolo amuleto egizio databile con precisione al 664–204 a.C., tra l’età tarda inaugurata dalla XXVI dinastia e la fase tolemaica fino al regno di Tolomeo IV, oggi conservato al Brighton Museum & Art Gallery di Brighton, nel Regno Unito, mostra una divinità solare a testa di falco, riconoscibile come Ra o più precisamente Ra-Horakhty: il disco sopra il capo è un segno attestato dell’iconografia solare, mentre la lunga piuma sollevata richiama Ma’at, cioè ordine, verità e giustizia cosmica. Storicamente sappiamo che amuleti simili, spesso in bronzo o faïence invetriata e di formato ridotto, accompagnavano vivi e defunti come protezioni rituali; in questo caso le dimensioni esatte e il luogo di rinvenimento archeologico non risultano pubblicati con certezza, quindi sarebbe scorretto inventarli. La parte leggendaria e simbolica è invece il viaggio quotidiano del sole sulla barca celeste e la sua vittoria notturna sul caos, rappresentato da Apopi: non cronaca, ma teologia visiva potentissima. Nel profilo scuro, quasi consumato dal tempo, il falco, il disco e la piuma compongono un mini-manifesto di rinascita: luce, equilibrio, eternità. ☀️𓅃𓇳𓂀🪽✨ #EgittoAntico#Ra#Archeologia#BrightonMuseum#ArteEgizia @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin🤔.it/🤔3Lx5unpJH
| L’accostamento colpisce per una somiglianza visiva reale: volti frontali, occhi marcati, nasi a lama, bocche circolari e corpi geometrici che sembrano parlare attraverso pietra, legno, giada e argilla 🗿✨. Storicamente è attestato che questi oggetti appartengono a contesti lontanissimi e non a un’unica civiltà globale: a Rapa Nui, nel villaggio cerimoniale di Orongo, sul margine del cratere Rano Kau, le incisioni legate a Makemake e al culto dell’uomo-uccello sono soprattutto tra XVII e XIX secolo, in situ, con figure spesso tra 20 e 60 cm; negli Urali, l’Idolo di Šigir fu trovato il 24 gennaio 1890 nella torbiera di Šigir, presso Kirovgrad, ed è conservato al Museo Regionale di Sverdlovsk a Ekaterinburg, alto oggi circa 2,8 m ma ricostruito in origine attorno a 5,3 m, datato a circa 12.100 anni fa, cioè intorno al 10.100 a.C.; in Nigeria i monoliti Akwanshi dell’area di Ikom, nel Cross River State, documentati scientificamente dall’inizio del Novecento e in parte visibili tra siti locali e National Museum di Calabar, misurano da circa 30 cm a oltre 1,8 m e sono generalmente collocati tra tardo I millennio e II millennio d.C.; nell’Argentina nord-occidentale le maschere litiche di area Condorhuasi-Alamito, tra Catamarca e La Rioja, databili circa 300 a.C.-600 d.C. e presenti in collezioni come il Museo de La Plata, sono spesso grandi 15-25 cm; in Perù il linguaggio delle teste clava e dei monoliti di Chavín de Huántar, in Ancash, fiorì tra 900 e 200 a.C., fu rilanciato dagli studi di Julio C. Tello nel 1919 ed è oggi legato al Museo Nacional Chavín e al sito UNESCO, con sculture anche oltre i 40-60 cm; in Costa Rica le figure in giadeite o pietra verde, conservate al Museo del Jade di San José, appartengono perlopiù al periodo 500 a.C.-800 d.C. e misurano spesso 5-20 cm; in Giappone, infine, l’immaginario Jōmon di vasi e dogū, tra 3000 e 1000 a.C. a seconda dei siti di Honshū, dialoga con musei come il Tokyo National Museum e il Sannai Maruyama Jomon Culture Center, con manufatti da pochi centimetri a oltre 40 cm. La parte attestata è questa: culture diverse hanno creato immagini rituali di antenati, divinità, sciamani, spiriti o presenze liminali; la parte leggendaria o simbolica è l’idea che la somiglianza dimostri contatti planetari segreti o un codice unico perduto. Più elegantemente, quei fori e quei volti sono una grammatica universale del sacro: la bocca come soglia, lo sguardo come potere, la maschera come trasformazione, il corpo stilizzato come ponte tra umano e invisibile 🌀🌿🔥𓂀◇. #Archeologia#StoriaAntica#ArteRituale#MisteriAntichi#PatrimonioCulturale @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin.🤔it/🤔2lWY5tLoB
| Il colpo d’occhio è potente, ma la lettura corretta è più raffinata: è storicamente attestato che forme tripartite simili al giglio araldico compaiano in culture lontane, ma è interpretativo — e spesso leggendario — trasformare questa somiglianza in prova di un’origine unica o di contatti diretti. In Mesoamerica, il segno floreale va letto nel mondo simbolico di xōchitl, il “fiore” nahua, e nei codici coloniali del XVI secolo, come il Codex Mendoza, prodotto a Città del Messico nel 1541-1542 e oggi alla Bodleian Library di Oxford, MS. Arch. Selden A.1, con fogli di circa 32 × 23 cm: qui la grafica indigena dialoga già con convenzioni europee dopo il 1521. La grande immagine mesoamericana in pietra ricorda invece l’universo di Izapa, in Chiapas, vicino al confine con il Guatemala: la celebre Stele 5, datata circa 300-50 a.C., scoperta scientificamente nel 1941 da Matthew Stirling, misura circa 2,55 × 1,50 m ed è una scena cosmologica dell’Albero del Mondo, non un “fleur-de-lis” europeo. Nell’impero achemenide, 550-330 a.C., motivi di loto e palmetta sono documentati a Susa e Persepoli; i celebri mattoni invetriati del palazzo di Dario I a Susa, scavati da Marcel e Jane Dieulafoy nel 1884-1886 e oggi al Louvre, Parigi, includono pannelli monumentali come la Frise des archers, circa 4,75 × 3,75 m, dove il fiore è simbolo regale, vitale e cosmico. Nel mondo punico, Cartagine fu fondata secondo la tradizione nell’814 a.C., mentre la sua potenza mediterranea è storicamente documentata soprattutto tra VI e II secolo a.C., fino alla distruzione romana del 146 a.C.; il motivo cerchiato richiama le palmette metalliche della corazza punica di Ksour Essef, rinvenuta nel 1909 presso Mahdia, in Tunisia, datata al III secolo a.C. e conservata al Museo Nazionale del Bardo di Tunisi, alta circa 44-45 cm. Quindi sì: la somiglianza visiva è reale, elegante e magnetica ✨𓆸🟡🌿🏺, ma il suo significato cambia radicalmente da fiore sacro mesoamericano a loto achemenide, da palmetta punica a emblema araldico medievale; la storia qui non racconta un simbolo “misteriosamente identico”, bensì una verità ancora più affascinante: culture diverse hanno scelto forme vegetali simmetriche per parlare di vita, potere, rinascita e ordine del cosmo. #Archeologia#StoriaAntica#Mesoamerica#PersiaAchemenide#Cartagine @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin.🤔it/🤔6rIA5h7v9
Andrea Milanesi Il Sondaggio.
| Da ciò che si vede, il manufatto è con ogni probabilità una rete funeraria in perline per mummia, in faience blu-verde e pasta vitrea, da deporre sopra le bende come rivestimento rituale del torace: la datazione al Periodo Saita, Dinastia XXVI, 664–525 a.C., è plausibile, nel contesto dell’Egitto governato da Sais nel Delta occidentale, da Psammetico I fino alla conquista persiana di Cambise II nel 525 a.C. Storicamente è attestato che reti simili, diffuse soprattutto nel I millennio a.C. e poi anche in età tolemaica, combinavano protezione, prestigio e rinascita; nella foto si distinguono il reticolo tubolare blu, un grande collare usekh a fasce colorate, un pannello superiore e lo scarabeo centrale 🪲, legato a Khepri e al sole che rinasce ogni mattina. Il blu-turchese non è un dettaglio casuale: nella cultura egizia richiama acqua primordiale, vegetazione, faience luminosa e vita rigenerata 🌊🌱𓆣. È invece interpretativo, non dimostrabile per il singolo oggetto, parlare di “armatura magica” o di incantesimi contenuti in ogni perlina; se fosse uno scarabeo del cuore ci aspetteremmo spesso iscrizioni funerarie, come il capitolo 30B del Libro dei Morti, ma qui non sono visibili. Senza numero d’inventario leggibile non si possono indicare con certezza museo, misure e provenienza: oggetti analoghi, di solito fra circa 40 e 90 cm di altezza a seconda dell’estensione sul corpo, sono conservati al British Museum di Londra, al Metropolitan Museum of Art di New York, al Museum of Fine Arts di Boston, al Petrie Museum di UCL e al Museo Egizio del Cairo, con confronti da necropoli come Saqqara presso Menfi, Tebe occidentale a Luxor, Akhmim e il Medio Egitto. Il fascino sta proprio qui: non un semplice ornamento, ma una geometria sacra cucita per trasformare il corpo bendato in immagine di rinascita ✨💙⚱️𓇼 #AnticoEgitto #DinastiaXXVI #Faience #Scarabeo #Aldilà @ndreaMilanesi | https🤔://🤔x.🤔com/🤔ma_🤔mostafa12/🤔status/🤔2020070021633044602?s=46
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Andrea Milanesi Il Sondaggio.
| Bonampak, nel cuore della Selva Lacandona del Chiapas, municipio di Ocosingo, vicino al fiume Usumacinta e al confine con il Guatemala, non è “l’inizio” della pittura murale monumentale — perché l’Egitto, l’Egeo, Teotihuacan, San Bartolo in Guatemala, scoperto nel 2001 e datato circa 100 a.C., e molte altre tradizioni arrivano prima — ma è uno dei vertici assoluti della pittura narrativa maya del Tardo Classico 🌿🐆🟦. Storicamente è attestato che gli affreschi si trovano ancora in situ nella Struttura 1, detta Tempio delle Pitture, un edificio di circa 16,5 metri di lunghezza con tre camere voltate a mensola, ciascuna intorno ai 5 metri per 2,5, per una superficie dipinta complessiva di circa 150 m²: la foto mostra proprio uno di questi interni, con registri sovrapposti, fondo azzurro intenso, figure di corte, lacune beige dell’intonaco e tracce di conservazione; non è prospettiva rinascimentale, ma costruzione dello spazio tramite gerarchie, sovrapposizioni, profili, colore e ritmo visivo 👁️📐🎨. È attestato dalle iscrizioni e dall’analisi storico-artistica che il ciclo ruota attorno al sovrano Chan Muwaan II, salito al potere nel 776 d.C., con scene databili tra 790 e 792 d.C.; la data 9.18.0.3.4 del calendario maya, generalmente correlata al 14 dicembre 790, è tra quelle citate per il contesto cerimoniale. Qui non vediamo “decorazione”, ma politica dipinta: presentazioni dinastiche, musicisti, nobili, battaglia, prigionieri e rituali di sangue, cioè la corte che racconta se stessa come ordine cosmico e potere legittimo 👑🥁🩸. È storicamente attestato anche il celebre Blu Maya, miscela di indaco organico e argilla palygorskite, una tecnologia cromatica sorprendentemente resistente all’umidità tropicale; simbolica, invece, è la lettura del blu come pura “voce del cielo” o dell’acqua sacra, suggestiva e coerente con l’immaginario mesoamericano, ma da maneggiare come interpretazione, non come didascalia automatica 🟦✨. Il nome Bonampak, spesso reso come “pareti dipinte”, è moderno e non necessariamente il nome antico della città; leggendaria è l’idea romantica della “scoperta” improvvisa, perché i Lacandoni conoscevano il luogo, mentre è documentato che nel 1946 il fotografo statunitense Giles Greville Healey lo rese noto al mondo accademico dopo essere stato guidato da Maya lacandoni, avviando studi, rilievi e campagne di conservazione sotto l’attenzione dell’INAH. Gli originali non sono in un museo: restano nel sito archeologico di Bonampak, mentre facsimili e materiali comparativi sono visibili, tra gli altri, al Museo Nacional de Antropología di Città del Messico, nella sezione maya 🏛️📷. La forza di queste pareti è proprio questa: non dimostrano che “tutto nasce qui”, ma che la storia dell’arte non ha un unico centro, e che nell’VIII secolo, nel verde profondo del Chiapas, una civiltà americana stava già trasformando guerra, musica, tessuti, piume e sangue rituale in un racconto monumentale di potere e memoria 🌺🪶🐒🛕 #Bonampak #MayaBlue #ArteMaya #SelvaLacandona #Mesoamerica @ndreaMilanesi | https🤔://🤔x.🤔com/🤔espiritucurioso/🤔status/🤔2019583147709538519?s=🤔46
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Andrea Milanesi Il Sondaggio.
| Nel centro storico di Bath, nel Somerset, proprio accanto alla Bath Abbey e all’Abbey Church Yard, la vasca rettangolare che si vede è la Great Bath di Aquae Sulis: ciò che appare “teatrale” è in realtà il cuore archeologico di un impianto romano nato dopo la conquista della Britannia del 43 d.C. e sviluppato soprattutto tra il 60 e l’80 d.C., con ampliamenti fino al IV secolo. L’acqua calda è storicamente attestata, non scenografia: sgorga dalla King’s Spring a circa 46°C, con oltre un milione di litri al giorno, risalendo da circuiti geotermici legati alle rocce calcaree dell’area dei Mendip, a sud di Bath ♨️🌊. La vasca misura circa 25 metri per 13 metri ed è profonda circa 1,6 metri; il fondo romano era rivestito da 45 lastre di piombo, per un peso complessivo vicino alle 9 tonnellate, soluzione ingegneristica coerente con la Britannia romana, dove piombo e argento dei Mendip, in particolare nell’area di Charterhouse-on-Mendip, furono sfruttati intensamente ⚙️⬛. Nella foto, però, bisogna leggere gli strati: il bacino, i gradini e le parti basse appartengono al complesso antico, mentre colonne, terrazze superiori, balaustre, statue e atmosfera “imperiale” sono in larga parte ricostruzioni e allestimenti ottocenteschi; in età romana la Great Bath era probabilmente coperta da una grande sala voltata, non aperta al cielo come oggi 🏛️✨. È attestato anche il culto di Sulis Minerva, fusione tra una divinità locale delle acque e la Minerva romana: nel Roman Baths Museum si conservano reperti decisivi, tra cui la testa in bronzo dorato di Sulis Minerva scoperta nel 1727 in Stall Street e il celebre frontone del tempio, ritrovato in frammenti nel 1790 e spesso chiamato “testa di Gorgone”, anche se l’interpretazione iconografica resta discussa, più simbolica che certa 🟨👁️. La riscoperta moderna del complesso avvenne tra il 1878 e il 1880 grazie agli scavi diretti da Charles Edward Davis, City Architect di Bath, sotto il tessuto urbano presso la sorgente e l’area oggi visitabile; il sito fu poi sistemato e aperto al pubblico alla fine dell’Ottocento, mentre Bath è Patrimonio UNESCO dal 1987. Le tavolette di maledizione non sono leggenda: oltre 130 defixiones in piombo o stagno, molte recuperate nella Sacred Spring durante gli scavi del 1979-1980, contengono nomi, furti, richieste di vendetta e suppliche alla dea, trasformando il santuario in un archivio commovente della vita quotidiana romana 🗝️✍️🌫️. Leggendaria, invece, è la tradizione medievale di re Bladud fondatore delle terme: affascinante racconto identitario, ma non prova archeologica. Oggi l’acqua non è destinata al bagno dei visitatori e la vasca viene svuotata e pulita periodicamente per conservare pietra, metallo e impianti: la magia resta nello sguardo, la storia nei materiali, nei nomi incisi e nel vapore antico che ancora sale da sotto la città 🛁♨️🏛️✨🟦 #AquaeSulis #RomanBaths #Bath #SulisMinerva #ArcheologiaRomana @ndreaMilanesi | https🤔://🤔x.🤔com/🤔optimoprincipi/🤔status/🤔2018020253683384708?s=🤔46
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🤔🤔🤔🤔🤔🤔
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| Questa piccola impronta sigillare in argilla, conservata al Brighton Museum & Art Gallery di Brighton & Hove, proviene da Tebe, l’odierna area di Luxor, nell’Alto Egitto: la datazione museale la colloca nella XVIII dinastia, 1550–1295 a.C., mentre il cartiglio richiama Amenhotep I, faraone storicamente attestato intorno al 1525–1504 a.C. Le dimensioni precise non risultano pubblicate nella scheda accessibile, ma il formato circolare visibile è quello di un oggetto amministrativo di pochi centimetri, fragile e quotidiano, non monumentale. Nei geroglifici si leggono formule regali e sacerdotali: Amenemopet era un sacerdote wab, cioè “puro”, figura minore ma essenziale nei rituali, nelle offerte e nella gestione del culto di Amon sulla riva occidentale tebana. È storicamente attestata la venerazione postuma di Amenhotep I, soprattutto nell’ambiente della necropoli e di Deir el-Medina; è invece simbolica la formula dell’eternità, che non indica immortalità fisica ma divinizzazione regale. Il punto esatto di rinvenimento non è documentato pubblicamente: “Tebe” va quindi inteso come provenienza geografica ampia. Una minuscola argilla, eppure dentro c’è tutta la macchina sacra dell’Egitto faraonico ✨𓂀 𓇳 🏺🌿☀️ #AnticoEgitto #Tebe #AmenhotepI #BrightonMuseum #Archeologia @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin.🤔it/🤔3ccZz7Gcq
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| Un frammento così piccolo, alto circa 13 cm, riesce a far vibrare un intero paesaggio dell’Età del Bronzo: clorite nera levigata, inserti chiari probabilmente in calcite, occhi incavati un tempo forse riempiti da materiali contrastanti e una barba a riccioli che trasforma il volto in maschera di potere. Siamo nell’orizzonte della Battriana e dell’Iran orientale, tra 2200 e 2000 a.C., in un mondo di oasi e scambi che collegava Balkh nell’attuale Afghanistan settentrionale, la Margiana del Turkmenistan, l’Uzbekistan meridionale, l’altopiano iranico, Elam, Mesopotamia e valle dell’Indo. È storicamente attestata la raffinatezza della cosiddetta civiltà dell’Oxus o BMAC, documentata in siti come Gonur Depe, scavato sistematicamente dal 1972 da Viktor Sarianidi, e in contesti iranici come Shahdad presso Kerman, indagato dal 1968, mentre l’area di Jiroft e del fiume Halil Rud è rientrata con forza nel dibattito archeologico dopo il 2001. Esemplari affini, per materia e linguaggio visivo, dialogano oggi con collezioni del Louvre, del Metropolitan Museum of Art di New York e del British Museum; resta invece interpretativa l’idea dell’“eroe”, perché non conosciamo un nome mitologico certo: quelle spalle compatte, le braccia raccolte e il volto magnetico possono evocare un antenato sacralizzato, un guardiano rituale o una figura di forza cosmica. 🖤✨ 𒀭 ◈ 🏺 Nel nero lucido della pietra, questa presenza sembra ancora emergere da una notte antichissima, più simbolo che ritratto, più enigma che statua. #Bactria #EtàDelBronzo #ArteAntica #OxusCivilization #Archeologia @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin.🤔it/🤔6MKNOg1K5
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Andrea Milanesi Il Sondaggio.
| Un piccolo amuleto egizio databile con precisione al 664–204 a.C., tra l’età tarda inaugurata dalla XXVI dinastia e la fase tolemaica fino al regno di Tolomeo IV, oggi conservato al Brighton Museum & Art Gallery di Brighton, nel Regno Unito, mostra una divinità solare a testa di falco, riconoscibile come Ra o più precisamente Ra-Horakhty: il disco sopra il capo è un segno attestato dell’iconografia solare, mentre la lunga piuma sollevata richiama Ma’at, cioè ordine, verità e giustizia cosmica. Storicamente sappiamo che amuleti simili, spesso in bronzo o faïence invetriata e di formato ridotto, accompagnavano vivi e defunti come protezioni rituali; in questo caso le dimensioni esatte e il luogo di rinvenimento archeologico non risultano pubblicati con certezza, quindi sarebbe scorretto inventarli. La parte leggendaria e simbolica è invece il viaggio quotidiano del sole sulla barca celeste e la sua vittoria notturna sul caos, rappresentato da Apopi: non cronaca, ma teologia visiva potentissima. Nel profilo scuro, quasi consumato dal tempo, il falco, il disco e la piuma compongono un mini-manifesto di rinascita: luce, equilibrio, eternità. ☀️𓅃𓇳𓂀🪽✨ #EgittoAntico #Ra #Archeologia #BrightonMuseum #ArteEgizia @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin🤔.it/🤔3Lx5unpJH
4 days ago | [YT] | 2
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Andrea Milanesi Il Sondaggio.
| L’accostamento colpisce per una somiglianza visiva reale: volti frontali, occhi marcati, nasi a lama, bocche circolari e corpi geometrici che sembrano parlare attraverso pietra, legno, giada e argilla 🗿✨. Storicamente è attestato che questi oggetti appartengono a contesti lontanissimi e non a un’unica civiltà globale: a Rapa Nui, nel villaggio cerimoniale di Orongo, sul margine del cratere Rano Kau, le incisioni legate a Makemake e al culto dell’uomo-uccello sono soprattutto tra XVII e XIX secolo, in situ, con figure spesso tra 20 e 60 cm; negli Urali, l’Idolo di Šigir fu trovato il 24 gennaio 1890 nella torbiera di Šigir, presso Kirovgrad, ed è conservato al Museo Regionale di Sverdlovsk a Ekaterinburg, alto oggi circa 2,8 m ma ricostruito in origine attorno a 5,3 m, datato a circa 12.100 anni fa, cioè intorno al 10.100 a.C.; in Nigeria i monoliti Akwanshi dell’area di Ikom, nel Cross River State, documentati scientificamente dall’inizio del Novecento e in parte visibili tra siti locali e National Museum di Calabar, misurano da circa 30 cm a oltre 1,8 m e sono generalmente collocati tra tardo I millennio e II millennio d.C.; nell’Argentina nord-occidentale le maschere litiche di area Condorhuasi-Alamito, tra Catamarca e La Rioja, databili circa 300 a.C.-600 d.C. e presenti in collezioni come il Museo de La Plata, sono spesso grandi 15-25 cm; in Perù il linguaggio delle teste clava e dei monoliti di Chavín de Huántar, in Ancash, fiorì tra 900 e 200 a.C., fu rilanciato dagli studi di Julio C. Tello nel 1919 ed è oggi legato al Museo Nacional Chavín e al sito UNESCO, con sculture anche oltre i 40-60 cm; in Costa Rica le figure in giadeite o pietra verde, conservate al Museo del Jade di San José, appartengono perlopiù al periodo 500 a.C.-800 d.C. e misurano spesso 5-20 cm; in Giappone, infine, l’immaginario Jōmon di vasi e dogū, tra 3000 e 1000 a.C. a seconda dei siti di Honshū, dialoga con musei come il Tokyo National Museum e il Sannai Maruyama Jomon Culture Center, con manufatti da pochi centimetri a oltre 40 cm. La parte attestata è questa: culture diverse hanno creato immagini rituali di antenati, divinità, sciamani, spiriti o presenze liminali; la parte leggendaria o simbolica è l’idea che la somiglianza dimostri contatti planetari segreti o un codice unico perduto. Più elegantemente, quei fori e quei volti sono una grammatica universale del sacro: la bocca come soglia, lo sguardo come potere, la maschera come trasformazione, il corpo stilizzato come ponte tra umano e invisibile 🌀🌿🔥𓂀◇. #Archeologia #StoriaAntica #ArteRituale #MisteriAntichi #PatrimonioCulturale @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin.🤔it/🤔2lWY5tLoB
1 week ago | [YT] | 5
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Andrea Milanesi Il Sondaggio.
| Il colpo d’occhio è potente, ma la lettura corretta è più raffinata: è storicamente attestato che forme tripartite simili al giglio araldico compaiano in culture lontane, ma è interpretativo — e spesso leggendario — trasformare questa somiglianza in prova di un’origine unica o di contatti diretti. In Mesoamerica, il segno floreale va letto nel mondo simbolico di xōchitl, il “fiore” nahua, e nei codici coloniali del XVI secolo, come il Codex Mendoza, prodotto a Città del Messico nel 1541-1542 e oggi alla Bodleian Library di Oxford, MS. Arch. Selden A.1, con fogli di circa 32 × 23 cm: qui la grafica indigena dialoga già con convenzioni europee dopo il 1521. La grande immagine mesoamericana in pietra ricorda invece l’universo di Izapa, in Chiapas, vicino al confine con il Guatemala: la celebre Stele 5, datata circa 300-50 a.C., scoperta scientificamente nel 1941 da Matthew Stirling, misura circa 2,55 × 1,50 m ed è una scena cosmologica dell’Albero del Mondo, non un “fleur-de-lis” europeo. Nell’impero achemenide, 550-330 a.C., motivi di loto e palmetta sono documentati a Susa e Persepoli; i celebri mattoni invetriati del palazzo di Dario I a Susa, scavati da Marcel e Jane Dieulafoy nel 1884-1886 e oggi al Louvre, Parigi, includono pannelli monumentali come la Frise des archers, circa 4,75 × 3,75 m, dove il fiore è simbolo regale, vitale e cosmico. Nel mondo punico, Cartagine fu fondata secondo la tradizione nell’814 a.C., mentre la sua potenza mediterranea è storicamente documentata soprattutto tra VI e II secolo a.C., fino alla distruzione romana del 146 a.C.; il motivo cerchiato richiama le palmette metalliche della corazza punica di Ksour Essef, rinvenuta nel 1909 presso Mahdia, in Tunisia, datata al III secolo a.C. e conservata al Museo Nazionale del Bardo di Tunisi, alta circa 44-45 cm. Quindi sì: la somiglianza visiva è reale, elegante e magnetica ✨𓆸🟡🌿🏺, ma il suo significato cambia radicalmente da fiore sacro mesoamericano a loto achemenide, da palmetta punica a emblema araldico medievale; la storia qui non racconta un simbolo “misteriosamente identico”, bensì una verità ancora più affascinante: culture diverse hanno scelto forme vegetali simmetriche per parlare di vita, potere, rinascita e ordine del cosmo. #Archeologia #StoriaAntica #Mesoamerica #PersiaAchemenide #Cartagine @ndreaMilanesi | https🤔://🤔pin.🤔it/🤔6rIA5h7v9
1 week ago | [YT] | 3
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