L'inferno è essenzialmente la condizione di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati. Il termine inferno è la traduzione del latino infernus che corrisponde al greco hades e all'ebraico she'ol, e significa “che si trova in basso”. Indica pertanto il soggiorno dei morti, a volte con riferimento al sepolcro in cui venivano posti i cadaveri. L'uso che Gesù fa di questo termine è del tutto spirituale, e si riferisce a una pena eterna, come quando parla della sorte del ricco epulone: "Un giorno il ricco morì e fu gettato nell’inferno tra i tormenti" (Luca 16,22-23). Nella Bibbia abbiamo due categorie di morti, quelli secondo la carne e quelli secondo la perdita della grazia. Quest'ultimi sono coloro che si sono separati dalla comunione con Dio, a volte indicati come "tiepidi" (Apocalisse 3,16). Un esempio sulla distinzione tra queste due categorie di morti lo troviamo nelle parole di Gesù: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti" (Matteo 8,22), dove la prima occorrenza di morti è un riferimento ai tiepidi. Ci si può separare dalla comunione con Dio già in questa vita, a causa del peccato mortale. Ma la morte può fissare questa separazione, rendendola definitiva. In questo senso Gesù parla dell’inferno, cioè del soggiorno di coloro che si sono definitivamente separati da Dio. Gli scrittori neotestamentari indicano questa condizione facendo uso dell'immagine della geenna (Matteo 10,28; Marco 9,43), del fuoco eterno (Matteo 18,8; 25,41; Giuda 7), delle tenebre (Matteo 22,13; 25,30), della fornace ardente (Matteo 13,49-50) e dello stagno di fuoco e zolfo (Apocalisse 21,8). In una sua catechesi, Papa Giovanni Paolo II insegnava che l’inferno "sta a indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia" (Catechesi del 28 Luglio 1999). La principale e massima sofferenza dei dannati è la separazione definitiva da Dio. I teologi chiamano "pena del danno" questa privazione, e "pena del senso" il dolore spirituale e i diversi tormenti sofferti dai dannati. Queste pene sono eterne. Ciò non dipende da qualche difetto nella misericordia di Dio, ma è il risultato della libertà umana. Dio, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino (1Timoteo 2,4), offre la possibilità della salvezza fino all'ultimo istante di questa vita. Ma la morte fissa l'anima nella condizione in cui si trova al momento del trapasso. Entrando nell'eternità, la condizione dell'anima diventa immutabile. I dannati rimangono bloccati nel loro attaccamento al peccato, e non vogliono né possono tornare a Dio. Nel Vangelo più volte Cristo ci mette in guardia dal finire all'inferno: "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa è la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!" (Matteo 7,13-14). Per i cattolici l'esistenza dell'inferno eterno non è una realtà opinabile, ma è una delle verità della fede cristiana. Con la costituzione apostolica Benedictus Deus, promulgata il 29 gennaio dell'anno 1336, Papa Benedetto XII ha definito in maniera dogmatica che le anime di quelli che muoiono in peccato mortale finiscono immediatamente all’inferno e subiscono pene eterne.
In uno degli episodi evangelici narrati da Marco, Gesù rimproverò i suoi discepoli dicendo: "Lasciate che i bambini vengano a me, e non glielo impedite" (Marco 10,13-14). La comunità cristiana primitiva deve aver letto questo brano in chiave battesimale, riconoscendo nel rimprovero di Gesù un implicito invito a lasciar entrare anche i bambini nella comunione con lui mediante il battesimo. Infatti il verbo greco kôlýô, tradotto con "impedire", era frequentemente impiegato in contesti battesimali (Matteo 3,14; Atti 8,36; 10,47; 11,17). Anche i bambini furono sotto la nube e attraversarono il mare, venendo battezzati in relazione a Mosè nella nube e nel mare (1Corinzi 10,1-3), prefigurazione del battesimo di Cristo, che oggi salva anche noi. Paolo di Tarso sosteneva di aver battezzato intere famiglie (Atti 16,15.33; 1Corinzi 1,16), utilizzando il termine greco oikos, che indica l'intero nucleo familiare, inclusi i bambini. Il primo a contestare la prassi del battesimo amministrato ai bambini, in uso nella Chiesa cattolica fin da età apostolica, fu il cartaginese Tertulliano (De Baptismo XVIII), il quale non negava la sua validità, ma preferiva posticipare questo sacramento all'età adulta, quando si possa vivere consapevolmente la fede. La posizione di Tertulliano rimase isolata, e la pratica del battesimo dei bambini venne consolidata da Origene di Alessandria (Omelia su Levitico 8,3; Commento su Romani 5,9), Cipriano di Cartagine (Lettera 58, paragrafi 2 e 6), Ireneo di Lione (Adversus Haereses II, 22, 4), e successivamente Gregorio di Nazianzo (Orationes 40, 7) e Agostino D'Ippona (Lettere 98 e 199; Discorso 74; Sermone 2,94; Il castigo e il perdono dei peccati e il battesimo I e III). Il rifiuto del battesimo amministrato ai bambini, riemerse nel dodicesimo secolo, col predicatore francese Pietro di Bruys e con i suoi seguaci, i petrobrusiani, che prendono nome da lui. Pietro sosteneva che solo la fede personale può condurre alla devozione verso Dio, e i bambini in tenera età non possono averla al momento del battesimo. Perciò negava la sua validità e il suo valore di sacramento. Con la riforma protestante del XVI secolo, furono gli anabattisti a rifiutare il battesimo dei bambini. I principali sostenitori del movimento anabattista, furono Felix Mantz, Conrad Grebel, e Jorg Blaurock. Altri movimenti protestanti che rifiutano il battesimo dei bambini, includono principalmente battisti, mennoniti, hutteriti, e pentecostali. Anche movimenti antitrinitari, come mormoni e testimoni di Geova, sono in linea con gli anabattisti riguardo il battesimo dei bambini. Questa pratica fu accolta invece da movimenti come luterani, zwinglianisti, calvinisti, presbiteriani, anglicani, e metodisti. La Chiesa cattolica ha condannato ex cathedra la posizione di quelli che negano la validità del battesimo amministrato ai bambini, e ogni tentativo di posticiparlo all'età della fede consapevole (Concilio di Trento, Sessione VII, Canoni 12-14). Il battesimo è efficace anche in assenza di una fede esplicita da parte del battezzando, perché è Dio stesso ad agire mediante il sacramento. In forza di questo dono gratuito, il bambino viene incorporato a Cristo e introdotto nella comunità dei credenti, la quale si impegna ad accompagnarlo e sostenerlo nel cammino di crescita umana e spirituale, affinché possa giungere a una fede matura e consapevole. Paolo di Tarso riconobbe nel battesimo "la vera circoncisione di Cristo" (Colossesi 2,11-12), un rito non più inciso nella carne, ma nell'anima.
Il termine purgatorio, che significa "purificare", compare per la prima volta nel VI secolo, nel quarto libro dei Dialoghi, un'opera di Papa Gregorio Magno. La Chiesa cattolica afferma che le anime di coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma non sono perfettamente purificate, sebbene siano certe della propria salvezza eterna, vengono però sottoposte a una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo. Un momento decisivo per la formulazione della dottrina del purgatorio fu la promulgazione della bolla Laetentur Caeli, atto di unione con la Chiesa greca, emanata da Papa Eugenio IV il 6 luglio 1439. In seguito, in risposta alla riforma protestante, il Concilio di Trento ribadì con forza questa dottrina con il decreto approvato nella XXV sessione, il 4 dicembre 1563. Già nella Bibbia si trovano alcuni riferimenti al purgatorio. Nel Secondo libro dei Maccabei, infatti, si racconta che Giuda Maccabeo fece offrire un sacrificio espiatorio per i soldati caduti in battaglia, affinché fossero liberati dai loro peccati (2Maccabei 12,38-45). Nel Vangelo, Gesù afferma che esistono peccati che possono essere perdonati in questa vita, altri che possono essere rimessi anche nella vita futura, e uno, la bestemmia contro lo Spirito Santo, che non sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro: "Perciò io vi dico: ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata. A chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata né in questo secolo né in quello futuro" (Matteo 12,31-32). Da queste parole si deduce che alcuni peccati, non mortali, possono essere assolti anche dopo la morte, attraverso un processo di purificazione. A questa realtà fa riferimento anche l’apostolo Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: "Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. Se l'opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco" (1Corinzi 3,10-15). Anche Gesù, parlando delle realtà eterne, ricorre a immagini suggestive. In un altro passo evangelico dice: "Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice, e il giudice alla guardia, e tu sia gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo quadrante" (Matteo 5,25-26). Qui la "prigione" è un’immagine allegorica che allude a una pena temporanea. Essa non può riferirsi al paradiso, che è condizione di gioia piena, né all'inferno, dove la pena è eterna e irrevocabile. L'unica realtà compatibile con questa descrizione è il purgatorio. Il "quadrante", la moneta citata da Gesù, era di valore irrisorio (perciò alcune traduzioni riportano "spicciolo" o "centesimo") e rappresenta simbolicamente una pena che può essere saldata. In altre parabole, invece, Gesù menziona debiti enormi, come i diecimila talenti, pari a sessanta milioni di denari (un denaro era il salario giornaliero per i braccianti), debiti che non possono essere mai ripagati (un'immagine del peccato mortale e della condizione dei dannati). La pena più grande per le anime in purgatorio consiste nella ritardata visione beatifica di Dio, cioè nel desiderio ardente di vederlo, che ancora non si realizza. Parlando di purgatorio si potrebbe pensare a un luogo fisico, ma in realtà si tratta principalmente di una condizione dell'anima. Il Magistero della Chiesa, costituito dal Papa e dal collegio dei vescovi in comunione con lui, non si è mai pronunciato con assoluta certezza sulla sua natura. Poiché nella Bibbia le realtà spirituali sono spesso espresse attraverso immagini sensibili, è frequente l’uso del fuoco per indicare la purificazione (Zaccaria 13,9). Se questo fuoco sia solo un’immagine simbolica, non possiamo saperlo con certezza. Per i cattolici l’esistenza del purgatorio non è un’opinione, ma un dogma di fede. Il 13 gennaio 1547, il collegio dei vescovi riuniti al Concilio di Trento, convocato da Papa Paolo III, decretarono: "Se qualcuno afferma che a qualsiasi peccatore pentito, dopo che ha ricevuto la grazia della giustificazione, viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimane alcun debito di pena temporale da scontare o in questa vita o in quella futura in purgatorio prima che gli siano aperte le porte del regno dei cieli: sia anatema" (Decreto De Iustificatione, Canone 30). Nel medesimo Concilio, il 4 dicembre 1563, Papa Pio IV ha decretato: "Poiché la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito Santo, in conformità alle Sacre Scritture e all’antica tradizione dei Padri, nei sacri Concili e più recentemente in questo santo Concilio ecumenico, ha insegnato che esiste il purgatorio e che le anime ivi trattenute sono aiutate dai suffragi dei fedeli e soprattutto dal santo sacrificio dell’altare, il santo Sinodo prescrive ai vescovi di vigilare con zelo perché la sana dottrina sul purgatorio, trasmessa dai santi Padri e dai sacri Concili, sia creduta, conservata, insegnata e predicata ovunque" (Sessione XXV).
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INFERNO
di Giuseppe Monno
L'inferno è essenzialmente la condizione di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio e con i beati. Il termine inferno è la traduzione del latino infernus che corrisponde al greco hades e all'ebraico she'ol, e significa “che si trova in basso”. Indica pertanto il soggiorno dei morti, a volte con riferimento al sepolcro in cui venivano posti i cadaveri. L'uso che Gesù fa di questo termine è del tutto spirituale, e si riferisce a una pena eterna, come quando parla della sorte del ricco epulone: "Un giorno il ricco morì e fu gettato nell’inferno tra i tormenti" (Luca 16,22-23). Nella Bibbia abbiamo due categorie di morti, quelli secondo la carne e quelli secondo la perdita della grazia. Quest'ultimi sono coloro che si sono separati dalla comunione con Dio, a volte indicati come "tiepidi" (Apocalisse 3,16). Un esempio sulla distinzione tra queste due categorie di morti lo troviamo nelle parole di Gesù: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti" (Matteo 8,22), dove la prima occorrenza di morti è un riferimento ai tiepidi. Ci si può separare dalla comunione con Dio già in questa vita, a causa del peccato mortale. Ma la morte può fissare questa separazione, rendendola definitiva. In questo senso Gesù parla dell’inferno, cioè del soggiorno di coloro che si sono definitivamente separati da Dio. Gli scrittori neotestamentari indicano questa condizione facendo uso dell'immagine della geenna (Matteo 10,28; Marco 9,43), del fuoco eterno (Matteo 18,8; 25,41; Giuda 7), delle tenebre (Matteo 22,13; 25,30), della fornace ardente (Matteo 13,49-50) e dello stagno di fuoco e zolfo (Apocalisse 21,8). In una sua catechesi, Papa Giovanni Paolo II insegnava che l’inferno "sta a indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia" (Catechesi del 28 Luglio 1999). La principale e massima sofferenza dei dannati è la separazione definitiva da Dio. I teologi chiamano "pena del danno" questa privazione, e "pena del senso" il dolore spirituale e i diversi tormenti sofferti dai dannati. Queste pene sono eterne. Ciò non dipende da qualche difetto nella misericordia di Dio, ma è il risultato della libertà umana. Dio, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino (1Timoteo 2,4), offre la possibilità della salvezza fino all'ultimo istante di questa vita. Ma la morte fissa l'anima nella condizione in cui si trova al momento del trapasso. Entrando nell'eternità, la condizione dell'anima diventa immutabile. I dannati rimangono bloccati nel loro attaccamento al peccato, e non vogliono né possono tornare a Dio. Nel Vangelo più volte Cristo ci mette in guardia dal finire all'inferno: "Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa è la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!" (Matteo 7,13-14). Per i cattolici l'esistenza dell'inferno eterno non è una realtà opinabile, ma è una delle verità della fede cristiana. Con la costituzione apostolica Benedictus Deus, promulgata il 29 gennaio dell'anno 1336, Papa Benedetto XII ha definito in maniera dogmatica che le anime di quelli che muoiono in peccato mortale finiscono immediatamente all’inferno e subiscono pene eterne.
#CristianiCattoliciRomani #inferno #Hades #sheol #tartaro #geenna #dannazione #dannazioneeterna #infernoeteerno #chiesacattolica #dottrinacattolica #sepolcro #perte #neiperte
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BATTESIMO DEI BAMBINI
di Giuseppe Monno
In uno degli episodi evangelici narrati da Marco, Gesù rimproverò i suoi discepoli dicendo: "Lasciate che i bambini vengano a me, e non glielo impedite" (Marco 10,13-14). La comunità cristiana primitiva deve aver letto questo brano in chiave battesimale, riconoscendo nel rimprovero di Gesù un implicito invito a lasciar entrare anche i bambini nella comunione con lui mediante il battesimo. Infatti il verbo greco kôlýô, tradotto con "impedire", era frequentemente impiegato in contesti battesimali (Matteo 3,14; Atti 8,36; 10,47; 11,17). Anche i bambini furono sotto la nube e attraversarono il mare, venendo battezzati in relazione a Mosè nella nube e nel mare (1Corinzi 10,1-3), prefigurazione del battesimo di Cristo, che oggi salva anche noi. Paolo di Tarso sosteneva di aver battezzato intere famiglie (Atti 16,15.33; 1Corinzi 1,16), utilizzando il termine greco oikos, che indica l'intero nucleo familiare, inclusi i bambini. Il primo a contestare la prassi del battesimo amministrato ai bambini, in uso nella Chiesa cattolica fin da età apostolica, fu il cartaginese Tertulliano (De Baptismo XVIII), il quale non negava la sua validità, ma preferiva posticipare questo sacramento all'età adulta, quando si possa vivere consapevolmente la fede. La posizione di Tertulliano rimase isolata, e la pratica del battesimo dei bambini venne consolidata da Origene di Alessandria (Omelia su Levitico 8,3; Commento su Romani 5,9), Cipriano di Cartagine (Lettera 58, paragrafi 2 e 6), Ireneo di Lione (Adversus Haereses II, 22, 4), e successivamente Gregorio di Nazianzo (Orationes 40, 7) e Agostino D'Ippona (Lettere 98 e 199; Discorso 74; Sermone 2,94; Il castigo e il perdono dei peccati e il battesimo I e III). Il rifiuto del battesimo amministrato ai bambini, riemerse nel dodicesimo secolo, col predicatore francese Pietro di Bruys e con i suoi seguaci, i petrobrusiani, che prendono nome da lui. Pietro sosteneva che solo la fede personale può condurre alla devozione verso Dio, e i bambini in tenera età non possono averla al momento del battesimo. Perciò negava la sua validità e il suo valore di sacramento. Con la riforma protestante del XVI secolo, furono gli anabattisti a rifiutare il battesimo dei bambini. I principali sostenitori del movimento anabattista, furono Felix Mantz, Conrad Grebel, e Jorg Blaurock. Altri movimenti protestanti che rifiutano il battesimo dei bambini, includono principalmente battisti, mennoniti, hutteriti, e pentecostali. Anche movimenti antitrinitari, come mormoni e testimoni di Geova, sono in linea con gli anabattisti riguardo il battesimo dei bambini. Questa pratica fu accolta invece da movimenti come luterani, zwinglianisti, calvinisti, presbiteriani, anglicani, e metodisti. La Chiesa cattolica ha condannato ex cathedra la posizione di quelli che negano la validità del battesimo amministrato ai bambini, e ogni tentativo di posticiparlo all'età della fede consapevole (Concilio di Trento, Sessione VII, Canoni 12-14). Il battesimo è efficace anche in assenza di una fede esplicita da parte del battezzando, perché è Dio stesso ad agire mediante il sacramento. In forza di questo dono gratuito, il bambino viene incorporato a Cristo e introdotto nella comunità dei credenti, la quale si impegna ad accompagnarlo e sostenerlo nel cammino di crescita umana e spirituale, affinché possa giungere a una fede matura e consapevole. Paolo di Tarso riconobbe nel battesimo "la vera circoncisione di Cristo" (Colossesi 2,11-12), un rito non più inciso nella carne, ma nell'anima.
#CristianiCattoliciRomani #battesimo #ApologeticaCattolica #teologiacattolica #gesùcristo #neiperte #perte #pedobattesimo #chiesacattolicaromana #chiesacattolica #sacramento #sacramenti
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PURGATORIO
di Giuseppe Monno
Il termine purgatorio, che significa "purificare", compare per la prima volta nel VI secolo, nel quarto libro dei Dialoghi, un'opera di Papa Gregorio Magno. La Chiesa cattolica afferma che le anime di coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma non sono perfettamente purificate, sebbene siano certe della propria salvezza eterna, vengono però sottoposte a una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo. Un momento decisivo per la formulazione della dottrina del purgatorio fu la promulgazione della bolla Laetentur Caeli, atto di unione con la Chiesa greca, emanata da Papa Eugenio IV il 6 luglio 1439. In seguito, in risposta alla riforma protestante, il Concilio di Trento ribadì con forza questa dottrina con il decreto approvato nella XXV sessione, il 4 dicembre 1563. Già nella Bibbia si trovano alcuni riferimenti al purgatorio. Nel Secondo libro dei Maccabei, infatti, si racconta che Giuda Maccabeo fece offrire un sacrificio espiatorio per i soldati caduti in battaglia, affinché fossero liberati dai loro peccati (2Maccabei 12,38-45). Nel Vangelo, Gesù afferma che esistono peccati che possono essere perdonati in questa vita, altri che possono essere rimessi anche nella vita futura, e uno, la bestemmia contro lo Spirito Santo, che non sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro: "Perciò io vi dico: ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata. A chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito Santo non sarà perdonata né in questo secolo né in quello futuro" (Matteo 12,31-32). Da queste parole si deduce che alcuni peccati, non mortali, possono essere assolti anche dopo la morte, attraverso un processo di purificazione. A questa realtà fa riferimento anche l’apostolo Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: "Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l'opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell'opera di ciascuno. Se l'opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l'opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco" (1Corinzi 3,10-15). Anche Gesù, parlando delle realtà eterne, ricorre a immagini suggestive. In un altro passo evangelico dice: "Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice, e il giudice alla guardia, e tu sia gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo quadrante" (Matteo 5,25-26). Qui la "prigione" è un’immagine allegorica che allude a una pena temporanea. Essa non può riferirsi al paradiso, che è condizione di gioia piena, né all'inferno, dove la pena è eterna e irrevocabile. L'unica realtà compatibile con questa descrizione è il purgatorio. Il "quadrante", la moneta citata da Gesù, era di valore irrisorio (perciò alcune traduzioni riportano "spicciolo" o "centesimo") e rappresenta simbolicamente una pena che può essere saldata. In altre parabole, invece, Gesù menziona debiti enormi, come i diecimila talenti, pari a sessanta milioni di denari (un denaro era il salario giornaliero per i braccianti), debiti che non possono essere mai ripagati (un'immagine del peccato mortale e della condizione dei dannati). La pena più grande per le anime in purgatorio consiste nella ritardata visione beatifica di Dio, cioè nel desiderio ardente di vederlo, che ancora non si realizza. Parlando di purgatorio si potrebbe pensare a un luogo fisico, ma in realtà si tratta principalmente di una condizione dell'anima. Il Magistero della Chiesa, costituito dal Papa e dal collegio dei vescovi in comunione con lui, non si è mai pronunciato con assoluta certezza sulla sua natura. Poiché nella Bibbia le realtà spirituali sono spesso espresse attraverso immagini sensibili, è frequente l’uso del fuoco per indicare la purificazione (Zaccaria 13,9). Se questo fuoco sia solo un’immagine simbolica, non possiamo saperlo con certezza. Per i cattolici l’esistenza del purgatorio non è un’opinione, ma un dogma di fede. Il 13 gennaio 1547, il collegio dei vescovi riuniti al Concilio di Trento, convocato da Papa Paolo III, decretarono: "Se qualcuno afferma che a qualsiasi peccatore pentito, dopo che ha ricevuto la grazia della giustificazione, viene rimessa la colpa e cancellato il debito della pena eterna in modo tale che non gli rimane alcun debito di pena temporale da scontare o in questa vita o in quella futura in purgatorio prima che gli siano aperte le porte del regno dei cieli: sia anatema" (Decreto De Iustificatione, Canone 30). Nel medesimo Concilio, il 4 dicembre 1563, Papa Pio IV ha decretato: "Poiché la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito Santo, in conformità alle Sacre Scritture e all’antica tradizione dei Padri, nei sacri Concili e più recentemente in questo santo Concilio ecumenico, ha insegnato che esiste il purgatorio e che le anime ivi trattenute sono aiutate dai suffragi dei fedeli e soprattutto dal santo sacrificio dell’altare, il santo Sinodo prescrive ai vescovi di vigilare con zelo perché la sana dottrina sul purgatorio, trasmessa dai santi Padri e dai sacri Concili, sia creduta, conservata, insegnata e predicata ovunque" (Sessione XXV).
#CristianiCattoliciRomani #teologiacattolica #purgatorio #gesùcristo #apologeticacattolica #chiesacattolicaromana #chiesacattolica #perte #neiperte
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